Sulla paura, “Vite che non sono la mia”

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[…] è una frase molto semplice ma di estrema importanza, perché è una frase che ci vietiamo. Ci vietiamo non solo di pronunciarla, ma per quanto possibile anche di pensarla. Perché se si comincia a pensare: «ne ho abbastanza», ci si ritrova molto presto a pensare: «non è giusto» e: «potrei avere un’altra vita». Ora, questi pensieri sono insopportabili. Se cominci a dirti: «non è giusto», non vivi più. […] la vita si guasta.

Ho amato Carrère ne l’Avversario, l’ho amato tanto. E l’ho amato e “odiato” in questo libro Vite che non sono la mia perché mi ha messo davanti a quelle paure che appartengono alla vita, ma ci sono, esistono e grazie a lui sono andata a vederle da vicino, con eleganza, tatto, empatia, come solo lui sa fare. Bisogna trovare il momento giusto per leggerlo questo libro ma bisogna trovarlo, perché ne vale la pena.
Attraverso gli eventi narrati, Emmanuel si mette in discussione, impara ad amare, ad accettarsi. E nonostante tutto questo può considerarsi un lieto fine.

“Certo, immagino che se ci è dato di durare ci saranno delle crisi, dei momenti di stanca, delle burrasche, che il desiderio si consumerà e si volgerà altrove, ma credo che resisteremo, che uno di noi due chiuderà gli occhi dell’altro. Niente, in ogni caso, mi appare più desiderabile”

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